Mi chiamo Leo Silva Brites.
Sono nato all’Ospedale San Giovanni di Bellinzona e cresciuto a Cadenazzo, dove vivo tutt’oggi. Da bambino mi dicevano che ero diverso: molto attivo, ma allo stesso tempo capace di perdermi a guardare il vento fuori dalla finestra, come se l’aria avesse qualcosa da raccontarmi. Quella che sembrava distrazione, col tempo ho capito che era ascolto.
Ho origini portoghesi, precisamente di Fátima, anche se mi piace dire di venire da Nazaré, dove c’è il mare. L’acqua mi ha sempre messo rispetto. Da piccolo l’oceano mi ha insegnato che la natura è più grande di noi: le onde mi trascinavano, mi scuotevano, finché una volta rischiai di restare sotto la sabbia. Da allora non ho mai “nuotato” davvero: io galleggio. Mi lascio portare.
Un po’ come nella vita.
A scuola mi piaceva imparare, ma soprattutto raccontare a casa ciò che avevo scoperto. Le materie che mi attiravano di più erano quelle che ti costringono a entrare dentro te stesso. Parallelamente avevo una grande passione: il calcio. Sognavo di diventare calciatore, e in uno spogliatoio, si pensa, non c’è spazio per chi scrive. Poi ho capito che non è vero: anche chi sembra duro ha un cuore che ascolta.
Iniziai a portare le mie parole nello spogliatoio. Frasi, poesie, pensieri. Alcuni compagni le mettevano come blocco schermo del telefono. Lì ho capito che la scrittura non serve solo a chi scrive, ma soprattutto a chi legge.
Il vero inizio, però, fu da bambino: a Natale regalavo poesie, perché non avevo soldi per altro. Vedevo gli occhi lucidi delle persone. Mia nonna mi diceva sempre:
“Farai grandi cose.”
Solo crescendo ho capito cosa intendesse: la mia distrazione era in realtà concentrazione verso un mondo interiore che per molti resta invisibile.
A 14 anni ho iniziato a scrivere seriamente: versi liberi, riflessioni, frammenti di vita quotidiana. Scrivevo ovunque: di notte, sui treni, davanti a un bicchiere di latte. Non era una passione, né un obbligo. Era una necessità. Scrivere mi trasformava, mi rimetteva in equilibrio.
Pubblicai online un primo PDF, Sfogo di attimi di vita, e ricevetti un supporto che mi fece capire che la scrittura poteva diventare una strada. Dopo alcuni tentativi, nel 2019 pubblicai il mio primo libro, “In bilico tra cuore e cervello”, una raccolta di cinque anni di pensieri e poesie, grazie alla Flamingo Edizioni. Avevo 19 anni e mi ritrovai con un contratto editoriale, presentazioni, dediche, spedizioni. Tutto sembrava reale, forse troppo.
Da lì iniziò una fase di crescita: Emozioni – Introspezione dell’amore, poi la proposta da Milano con Alise Editore. Scrissi un romanzo ambientato in Ticino, la storia di Abel, un ragazzo confuso che gira tra città e pensieri. Era un omaggio a mia nonna, a quella frase che mi accompagna ancora oggi.
Milano mi insegnò una cosa fondamentale: pubblicare non è solo creare, è anche reggere il peso della responsabilità. La scrittura rischiava di diventare un dovere, non più un respiro. Con Alchimia dell’Amore ho conosciuto anche le critiche, quelle che fanno male ma insegnano a guardarsi meglio.
Poi arrivò Pianista della mente, il romanzo che mi ha portato in tutta Italia. Lì ho capito che il libro giusto nasce quando meno lo forzi: nasce quando sei disposto a metterti davvero a nudo.
Oggi non sono più un ragazzo che sogna soltanto. Sono un adulto che ha imparato che pubblicare significa esporsi, cadere, rialzarsi, gioire e accettare i silenzi. Il consiglio che do ogni giorno a me stesso è semplice:
vivere ogni momento come se fosse l’ultimo dialogo della propria vita.
Sto lavorando a due nuovi libri in uscita nel 2026: uno racconta il vissuto di migliaia di persone in Ticino, l’altro esplora l’amore nella sua quotidianità reale.
Negli ultimi anni ho aperto anche il mio percorso come ghostwriter. Ho collaborato con Rosa Russo per scrivere Oltre lo specchio, un romanzo che affronta resilienza, violenza domestica e abusi. Scrivere la storia di qualcun altro è una forma profonda di ascolto, ed è ciò che oggi sento di saper fare: trasformare le vite in parole senza tradirle.
In fondo, resto un adulto che vuole continuare a essere un po’ bambino.
Perché crescere non significa smettere di sentire, ma imparare a raccontarlo meglio.
Credo che ogni persona abbia una storia incredibile. Io raccolgo semi dalle parole degli altri e li pianto nella mia esperienza quotidiana.